"Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano" di Pap Khouma, con Oreste Pivetta

"Tanti si sono ritrovati lungo la stessa discesa. Lui è scivolato fino in fondo. Altri scivolano un poco, poi si aggrappano, si fermano, scivolano ancora, magari risalgono, lottano però e riescono a non precipitare."

Quando non sappiamo capire una sensazione, ci affidiamo al vocabolario: la parola scritta in un certo senso ci rende capaci di comprendere, di sentire ciò che un attimo prima ci era ignoto. Alla voce "bisogno", scopriamo allora che questo termine rimanda alla mancanza di qualcosa. È un vocabolo, quindi, che dietro di sé prefigura il vuoto, l'assenza: non indica, non rappresenta, bensì evoca.

"La straniera" di Younis Tawfik

"Quando l'amore diventa un puro pensiero, la dualità non esiste più. Tutto diventa uno."

I nostri ricordi, il nostro vissuto, ci rendono oggetti umani, non semplice spirito, non effluvi d'anima. E la nostra carne, le ferite che l'hanno straziata, diventano la nostra prigione. Talvolta dissimuliamo questa costrizione, cercando di guardare il mondo tra una sbarra e l'altra; talvolta il giogo ci vince, e diventa la nostra casa.

"Porto il velo, adoro i Queen. Nuove italiane crescono" di Sumaya Abdel Qader

È la nostalgia di un tempo passato e mai vissuto, la nostalgia di un futuro che diventerà passato.”

"Torna al tuo paese.” Noi italiani...”
Alcuni identificano Sulinda come “immigrata di seconda generazione”, ossia nata in Italia da genitori migranti, come se il viaggio fosse un'eredità biologica. Ma può lei davvero esistere in una definizione puramente tecnica?

"Io... Donna... Immigrata... Volere Dire Scrivere" di Valentina Acava Mmaka


"Scrivo per non sentirmi estranea ma semplicemente straniera; scrivo per voi, per riconoscervi nella mia diversità."

Si susseguono su un palcoscenico quasi spoglio tre figure femminili, le cui storie nel breve testo di Valentina Acava Mmaka rappresentano un elogio alla virtù della parola.

"Il meccanico delle rose" di Hamid Ziarati

"Reza, con quella casa, ha voluto realizzare il suo paese dei balocchi, dove tornare a essere un bambino che gioca a fare il meccanico delle rose."

Hamid Ziarati coltiva i propri personaggi come Reza le sue rose, con passione, e poesia. “Il meccanico delle rose” non è altro che un cespuglio rigoglioso dove abitano cinque fiori, diversi tra loro, con i petali un po' sgualciti, ma tutti bellissimi.